mercoledì 29 marzo 2017

Co-responsabilità contro il capitalismo

In questi ultimi mesi ho dovuto mettere da parte sia la batucada che yoga per fare spazio allo studio matto e disperatissimo, che mi porta una volta al mese in Catalunya. I prof poi hanno scelto di realizzare le lezioni il più possibile nella natura e se solo il venerdì pomeriggio siamo in una vera aula, il sabato mattina partiamo all'avventura. Dove a Valencia stavano godendosi il sole, io sabato e domenica ero in mezzo alle nevi del prepireneo catalano, panorami mozzafiato, il Montserrat all'orizzonte, mucche nei pascoli, un ecovillaggio autogestito.

Come avevo raccontato l'altro giorno, questo Postgrado verte su temi sociologici, per cui io, biologa di formazione, sto letteralmente lasciandoci i neuroni perché è un approccio totalmente differente al problema da trattare, e mi sta costando un po' (tanto) restare in pari senza morire di sonno. Perché il libro lo apro a mezzanotte.

Ad ogni modo mi vedo portata, mi ci vedo bene in questa veste di praticante sociologa di questo mondo pazzo e una delle cose che più ho amato è stato inserire già dalla seconda settimana, il tema del femminismo nel mondo rurale, credo l'ambiente più maschilista e arcaico che ancora esista al mondo.

Cioè, se la vita nel mondo del lavoro normale è già dannatamente difficile, nel mondo rurale costituito da agricoltori da generazioni, con tutte le loro regole non scritte, la questione è ancora più difficile.

Immaginate quindi il quadro tipo: 
donna e madre di famiglia che si sveglia alle 6, prepara colazione merenda e pranzo per tutta la famiglia e mentre il marito lavora già nei campi, lei è ancora alle prese con le faccende domestiche. Finite queste si affianca al marito, pur non dimenticando mai né i doveri famigliari, né che prima o poi arriveranno i figli a casa, né che deve comunque sbrigare faccende in paese....per cui arrivata l'ora, ritorna a casa per anticipare i tempi.
I pomeriggi normalmente trascorrono tra le cure famigliari, le necessità dei figli, qualche appoggio logistico al marito, perché lui deve lavorare fuori, essendo (e qua atto di clemenza mia) il lavoro agricolo totalmente indipendente da te. Significa che non esiste l'ora in cui puoi considerare il tuo lavoro nel campo come terminato, piuttosto arriva l'ora in cui il sole è andato giù e quindi devi per sforza staccare.

Mettere quindi in luce che nonostante gli sforzi che i vari Governi possano fare per la conciliazione, esistono ambiti di lavoro in cui non ci si può far niente.

A volte temo che il mondo agricolo è maschilista per forza.
Infatti, nonostante ci siano sempre più donne agricoltrici, titolari al 100% e uniche lavoratrici della terra in questione, sono comunque circondate da uomini che le vedono sempre come l'aiuto.


Dov'è tuo marito?
Lavori sola?
Sai guidare il trattore?


È difficile rompere la barriera sociale.


E quelle coppie in cui entrambi si dedicano all'agricultura?
Perché non fanno "cambio"?

È che non è nemmeno questione di cambio: non è più consolante che lei lavori fuori fino a rompersi la schiena.
Entrambi sanno che dovrebbero passare più tempo dove non stanno: lei nel campo, lui in casa, ma sempre senza potersi vedere più di tanto o poter stare insieme con la famiglia più del desiderato.
L'agroecologia cerca di assumere come uno dei suoi pilastri il femminismo e le cure famigliari dentro al progetto, quasi la totalità dei progetti che fanno riferimento all'agroecologia sono piccoli, famigliari.

Il problema è che questi progetti per vivere hanno comunque bisogno di entrare in contatto con la città, con le altre persone e qua tra le richieste del consumo capitalista, la resistenza che si cerca di opporre per mantenere il proprio lavoro dignitoso e non cedere alla schiavitù del "tutto disponibile, perfetto....come quello che trovo al supermercato" ma coltivato da una o due persone.

Nonostante uno si dichiari anarchico, è sempre al limite del consumismo e delle necessità basiche per cui si ha bisogno di lavorare ed essere competitivi. 
Qua interviene quindi la società che non dovrebbe vedere gli agricoltori come persone al loro servizio, la società non può fare il bello e cattivo tempo come più le piace.

L'agricoltura è un servizio basato sulla co-responsabilità, questo significa che come consumatore non puoi lamentarti del prezzo, se non sai nemmeno cosa significa coltivarlo e le rinunce che ci sono dietro per permetterti poi di alimentarti e vivere sano.

Mica bazzecole. Non è il nostro prodotto che è caro, ma il resto che è troppo economico, perché basato sul lavoro schiavo.
La co-responsabilità è non metterci nella condizione di dover soffrire più del dovuto, in un ambito poi dove l'autosfruttamento è alto, sia per i ritmi della natura in sé -e qua non ci possiamo fare niente- sia per la richiesta da parte del consumatore.

Noi potremmo staccarci dal sistema e ridurre ancora di più sia il nostro fabbrisogno esterno (anche noi usiamo benzina e compriamo beni di prima necessità) ed essere più felici e sereni, ma sareste voi quelli che rimangono senza cibo di qualità.
Noi abbiamo ancora una forte rete di appoggio per cui possiamo trovare a base di scambio quasi tutto quello che non produciamo (attualmente ho in dispensa lenticchie per un anno, conserve per almeno due, cereali a sacchi) e se decidessimo per l'autarchia, chi ci perde siete proprio voi. 
A noi piace che i nostri prodotti arrivino un po' a tutti, perché è un diritto mangiare sano, ma ci piace anche pensare che chi li prova, lo faccia non solo per il gusto o la salute ma perché è co-responsabile. Si rompe la barriera tra produzione e consumo se percepiamo la unione come un lavoro collettivo di cui tutti traggono beneficio.


Questa è Agroecologia. 

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