mercoledì 3 agosto 2016

Saturazione e liberazione: dire di sí

Era da aprile che non scrivevo no?
Perfetto, non sarà difficile riassumere quello che è successo, anche graficamente

Saturazione->esplosione->liberazione.

Il 30 marzo vi comunicavo la decisione di lasciare il negozio, Ovviamente la questione non si è chiusa così facilmente, dopo aver fatto un traghettamento del negozio nelle mani di una ragazza piena di entusiasmo, allegria, con un training di due mesi dove lei in quel caso sarebbe stata l'unica titolare, circondata anche da altri colleghi agricoltori, gli stessi poi di sempre, con cui le dinamiche non sarebbero cambiate....bene, dopo un mese e mezzo scopre che non è fatta per il lavoro autonomo e quindi chiude. Io trattenendo la rabbia perché non essendo una adolescente, dopo 2 mesi al mio fianco, avrebbe dovuto capire quello che era lavorare in modo autonomo, eppure lei a dire il vero cercava un lavoro da dipendente, lo cercava perché era l'unica cosa che aveva fatto, non era convinta neppure lei pur avendo accettato di prendere il negozio WTF? Non lo so e oramai non ci penso più.

SATURAZIONE

Gli ultimi giorni di maggio quindi sono rimasta di nuovo legata al negozio perché alcune utenze erano ancora a mio nome, perché perché perché..... ho aspettato quindi il 30 maggio come acqua dal cielo nel deserto, completamente stanca e con la voglia di farla finita rapidamente, liquidando la faccenda portandomi a casa i prodotti invenduti (che erano ancora miei) facendomi pagare quello che mi doveva e separare le nostre strade.

ESPLOSIONE

Mi sono ricaricata comunque le pile durante la Fira Alternativa, distratta con gli amici, senza pensare alla rabbia di aver messo il mio progetto di 4 anni nelle mani di una ragazza che in fondo sapeva di non volerlo. Ho chiuso una pagina lunga e importante.

LIBERAZIONE

Se vi dicevo che mi sentivo un po' persa poi senza il mio lavoro, è anche vero che ho maturato altri pensieri, ho ripreso in mano parti della mia vita famigliare e sociale che avevo davvero messo da parte.

Ho sentito la necessità quindi di godermi il TEMPO LIBERO.
Non solo il tempo libero lasciato dal negozio,  ma ho scelto di smettere di andare alle prove e non prendere impegni di festivals, compleanni, feste. NIENTE, nemmeno le prove. Almeno fino a settembre non voglio piani ma soprattutto compromessi a lungo termine con nessuno, niente che non mi faccia davvero felice.
Se quando ti alzi un venerdì mattina invece di essere felice di correre in sala prove senti che non è quello che vuoi fare per la prima volta in due anni, allora è meglio fermarsi e ascoltarsi.
Ho comunicato quindi la mia scelta e necessità di fermarmi e aspettare molto zen il futuro.

Ho seguito le lezioni di yoga fino al 30 maggio, ma in giugno anche a causa della fine della scuola di Marc e cambio all'orario estivo mi era impossibile andare e sapete che? sono stata benissimo: è un controsenso che venga l'ansia per non riuscire ad andare a yoga no? Yoga insegna proprio questo: fermarsi, ascoltarsi e quindi agire di conseguenza. Anche in questo caso ne ho parlato con la mia professoressa e ha capito perfettamente.

Eccomi quindi sfaccendata.

Sí e no.

 Libera di scegliere, libera di fare un planning estivo dove ovviamente non ho mai smesso di lavorare completamente, ma anzi ho esplorato nuovi orizzonti nel campo accanto aEl: ho deciso di affiancare il mio compagno nel campo e in magazzino, ottimizzando le risorse e tempi, migliorando comunque la dinamica del lavoro, ma con il vincolo -comunque essendo estate- di volermi dedicare a Marc e non scaricarlo alla nonna. Già questo passo ha permesso a entrambi di bilanciare i nostri carichi di lavoro sia in casa che nel lavoro, adesso anche io vado al mercato il sabato mattina permettendo quindi a Marc di stare con suo padre.
A settembre ne riparleremo su come potrei sfruttare meglio il mio tempo mentre (ri)prendo confidenza con l'agricultura dura e pura, nel frattempo abbiamo sanato una lacuna che passava inosservata nella sua semplicità (ordine e logistica) ma che ha migliorato sensibilmente il rendimento del lavoro.

AVVENTURA

Ho fatto una cosa completamente NUOVA: sono andata un fine settimana in vacanza con delle amiche. Sí, so che sono già andata a festivales, sí, non è la prima volta che mi assento MA è la prima volta che mi ritrovo a poter dire sí senza diventare matta per le conseguenze sul lavoro della mia assenza, con la curiosità di uscire con ragazze che normalmente non sono nel mio stretto giro di amiche e per questo mi ha riempito di gioia l'idea che abbiano pensato a me. Sono 6 anni che le frequento, ma non immaginavo mai di poter assurgere alla categoria di Amica con cui andare in viaggio.
E poi non è stato un festival destroyer che comunque lascia il tempo che trova, tra caldo allucinante, amici drogati, dormire -ammesso che si possa- in condizioni pietose e litri di alcool, ma un vero weekend in una città d'arte medievale in montagna all'insegna della cultura, relax, confidenze e natura selvaggia.


Ecco parliamone: potrei tranquillamente andare a un festival nel 2017 o almeno 4 perché davvero MI PIACE TANTO andare e quindi non ho chiuso e non chiuderò mai con i festivales, ma ho bisogno oramai di condizioni di permanenza più civilizzate. e già, tipo un letto vero e bagno vero. Cibo vero e anche compagnia vera.
Siccome per quest'anno queste condizioni erano impossibili da creare con cosí poco tempo, dal momento in cui il 1 giugno ho deciso fare un reset importante e i festival erano programmati già da metà giugno, ho deciso quindi di tirarmi proprio indietro del tutto e non partecipare.

Ero quindi davvero con le braccia ciondolanti e fischiettando assaporando comunque lunghi fine settimana famigliari, convinta che non mi sarei mossa da qua, quando invece mi è arrivato l'invito per la montagna.

Il fine settimana è trascorso di meraviglia e tutto si può riassumere con due parole. Tutto Scorre. Sí, sono rimasta stupita di come le decisioni erano armoniche e facili da prendere, non ci sono presentati i soliti inghippi da ultima ora per decidere cosa fare e cosa vedere e a parte che l'affiatamento sicuramente ha fatto la sua parte, il fatto che non ci fossero figli in mezzo fa la differenza.
No pipi, no ho fame!, non doversi ricordare uno zaino pieno di cibo, no problemi di Ho Sonno! Ho male! Cammina, lavati, mangia dai! , che hanno sempre accompagnato questi ultimi 5 anni di escursioni, viaggi, spostamenti.

Non ero davvero più abituata alla cosa.

Sia chiaro, in questi mesi mi sono anche messa a cercare dove andare in vacanza ed effettivamente a fine agosto andremo a Cadequés -bellissime spiagge!- a pochi kilometri dal confine con la Francia e luogo dov'è perfettamente conservata la casa di Salvador Dalí, oggi Museo di cui ho già comprato i biglietti. Ed è già tutto prenotato anche per ottobre, quando andremo a Oporto 5 giorni e viene pure la nonna. Certo che amo viaggiare con la mia famiglia!

Ma questo viaggio è stato il toccasana definitivo per la mia povera anima sconquassata dai movimenti tellurici degli ultimi mesi.

L'idea di dire SÍ senza vincoli oppressivi, cosí su due piedi: arrivo!
Anche il dire NO senza la paura di ferire qualcuno, perché altrimenti ferirei me stessa se accettassi scendere sempre a compromessi ed è qualcosa che non mi sento di fare con entusiasmo

Sí ai compleanni in spiaggia un venerdí sera con Marc e i miei amici
Si a un viaggio a Vigo nel Nord della Spagna, con Marc e dei colleghi del collettivo
Sí alle lunghe giornate in piscina senza cellulare
Sí ai sabato al lavoro al mercato senza pesare sulle spalle dei nonni
Sí alla casa piena di gente per una pizza improvvisata
Sí alle cene tra italiani un mercoledí qualunque in centro a Valencia

Ultima cosa: sto ristrutturando alla grande la casa: dopo 5 anni di cantieri fermi, salvo piccoli interventi qua e là, ho finalmente messo mano al grande progetto che avevo in mente: tutta da sola ho scoperchiato il pavimento del salone su di sopra, eliminando a colpi di martello e scalpello uno strato cosí del vecchio cemento che un dí di 50 anni fa decisero di versare a coprire l'antica pietra: e quindi ho riportato in luce l'antica pietra. Poi ho imbiancato, buttato un mobile vecchio dalla finestra (sono davvero soddisfazioni!!) regalandomi poi una mattina in SPA a farmi rimettere a posto le ossa.
Questo giovedí invece imbianco giù a piano terra, dopo ver già sanificato con cemento e armata di cazzuola i buchi, tocca alle pareti e infine alla porta di casa.

Il decluttering  continua lento ma costante ho sempre un sacco nero nella cabina armadio e ho sfoltito con Marc molti suoi giochi rotti.

A settembre si tratterà quindi di continuare a ottimizzare il lavoro, esplorare nuove possibilità, continuare con l'attivismo politico e rinnovata energia nella questione femminista che entra prepotente nel mio collettivo e chissà se riesco a togliermi lo sfizio di frequentare un Master.


Ovviamente rimane la voglia di dedicare più tempo al blog!





mercoledì 20 aprile 2016

Esercizi di femminismo

Dale!! Un'altra volta!!

È che il passato fine settimana si è svolta la settimana della lotta contadina con eventi in contemporanea in tutto il mondo, per esempio Genuino Clandestino, il movimento italiano per la sovranità alimentare era in Sardegna...e tra i tanti, tantissimi eventi, tra mercatini, cineforum, conferenze, ho partecipato a un corso di femminismo per collettivi, esattamente per collettivi che lavorano per la sovranità alimentare, come il mio, l'SPG.

Esercizi di femminismo che potrebbero essere applicati a qualunque livello, che sia un ufficio postale o tra colleghi professori di una scuola, ma anche nello stesso nucleo famigliare.

Questo perché ogni volta che è necessario riunirsi in assemblea, esistono dei sottili ma non importanti segni di machismo che addirittura le donne hanno talmente assimilato da considerare normale.

Si tratta di dar visibilità a quel lavoro occulto ma tipicamente femminilizzato, che però non ha diritto ad essere messo in luce, perché secondo il pensiero egemonico dove si può definire lavoro solo quello  remunerato, che crea capitale, che muove soldi... non è degno di essere preso in considerazione.

Si ragiona proprio sul concetto di lavoro, dove Marx per primo si era dimenticato che se gli uomini sono potuti entrare nelle fabbriche, apparire ogni mattina, puliti mangiati e merendati, è perché la loro metà con il suo lavoro non remunerato ha permesso questo. Di fatto il capitalismo, cui obiettivo è distruggere la vita, la vita non è un fine ma un mezzo per raggiungere l'obiettivo cioè l'accumulo di capitale, non potrebbe esistere se non fosse per il lavoro femminile non remunerato, la cosiddetta vita riproduttiva.

Cos'è quindi una vita degna?
Chiedendo per strada tutti potrebbero rispondere cose tipo: poterti comprare la casa, poter andare in vacanza, non avere problemi di soldi che ti portino a vivere in mezzo alla strada, non vivere come in Africa, avere le condizioni di igiene e pulizia per non morire di malattie.

Vi invito quindi a fare questo esercizio e condividerlo e confrontarlo con altre persone, per capire quindi cosa sia una vita degna di essere vissuta.


È estremamente facile poi vi faccio vedere quello che ho scritto io.

prendete un foglio e dividetelo in tre colonne:

nella prima mettete la parola LAVORO, dove per lavoro si intende il lavoro remunerato, se esistente.

Nella seconda mettete MILITANZA, dove potete scrivere tutto quello che fate nel tempo libero, dallo stare su facebook, al volontariato, tutte quelle azioni dedicate quindi alla cura di sé stessi, ma anche di valori universali.

Nella terza colonna scrivete come titolo VITA RIPRODUTTIVA e qui potete sfogarvi e scrivere nel dettaglio tutto quello che fate per la famiglia, fino all'ultimo dettaglio.


Poi confrontatevi con altre persone, soprattutto quelle molto diverse da voi.

Bene, questo è quello che ho scritto io nelle tre colonne, considerando che adesso sono estremamente attiva dal punto di vista politico e sociale, dopo più di due anni di maternità estrema. Devo dire che io e El siamo interscambiabili quasi su tutto, siamo nello stesso collettivo dove è lui che adesso si è preso la paternità lasciando a me, che ho energia a mille, di mettermi in militanza. Anche come papà fa esattamente il suo dovere, non è che mi aiuta, è che fa proprio il suo dovere.

LAVORO. ho recentemente venduto la licenza del negozio, ma continuo nell'orto, nella gestione e logistica della mercanzia e clienti e magazzino. Trasporto e consegne le faccio io.

MILITANZA. riunioni, tutor di progetti nuovi, assemblee, conferenze, email, coordinazione, gruppi di lavoro, commissioni, convivenze, tesosería dell'associazione, yoga, batucada, qualche rave, volontariato a scuola.

VITA RIPRODUTTIVA. portare il bimbo a scuola, andarlo a prendere, merenda, controllo delle comunicazioni, parco, sport, musica, dentista, in casa tengo in ordine, cucino quasi sempre, cane e gatto sono una mia responsabilità, pagamento delle bollette, consolare le amiche, lavare la macchina, spesa, ordine e pulizia.


Buon esercizio di femminismo!!

venerdì 15 aprile 2016

Decluttering: ovvero la legge dei Minimi

Mi è caduto l'occhio l'altro giorno su uno dei pochi e decenti blog che tengo su BlogLovin, Minimo e che ha toccato le corde del mio tentativo di vivere con poco che a volte va alla deriva: non perché compro ma perché con una casa eternamente in ristrutturazione, che vive delle donazioni e decluttering degli altri, grande com'è e bisognosa sempre di una sistemata, tende a riempirsi fino all'inverosimile.

Sto quindi seguendo religiosamente le regole, a dire il vero, andando anche ben oltre quando per 2 cose da buttare il 2 di aprile ho buttato due sacchi di vestiti. E ne ho ancora, arriverò tranquillamente al 30 aprile senza problemi nel buttare sistematicamente un numero di oggetti pari al giorno del mese.


La nostra sindrome di Diogene indotta è causata da due fattori.

Il primo è che arrivata qua nel 2009 ero l'inquilina numero 10, dove El è stata l'unica costante per quasi 18 anni mentre si susseguivano appunto 8-9 persone fisse o temporali che hanno via via lasciato qua di-tutto.
Nei 9 mesi di gravidanza in modo folle e spericolato abbiamo iniziato i lavori di ristrutturazione per rendere la casa un pochino più abitabile anche con un bebé, come la ripavimentazione della cucina, l'installazione di finestre isolanti, un nuovo bagno.... e una infinita serie di scatoloni che contenevano la vita degli altri, perché ci impedivano di mettere in casa la mia vita e quella che sarebbe presto arrivata.

Purtroppo Marc è stato più veloce di noi e per ben 5 anni abbiamo dovuto limitare il decluttering sistematico e profondo, perché occupati anche a lavorare.

5 anni di polvere su libri che nessuno voleva, nemmeno i rispettivi proprietari.
5 anni di scarpe non mie, vestiti non miei.
5 anni di agende, riviste, MILIONI di riviste.
5 anni di post it stratificati.
5 anni di monnezza, oramai non era altra cosa. Se sarebbe potuta rivelarsi utile, bé non abbiamo fatto in tempo a usarla.

Mi dispiace definire così tanti oggetti.
Mi sono comunque impegnata a esternalizzare la maggior parte di loro, per non vederli proprio finire al macero.


L'altro problema è la nostra tendenza a non comprare e di passo abbiamo abituato molta gente a donarci un po' di tutto: vuoi perché a nostra volta riusciamo a piazzare sul mercato sociale e del baratto in modo molto più veloce molti oggetti utili non tanto a noi ma alle persone del nostro ambiente come lettini per bambini, seggiolini auto, vestiti per lavorare nel campo, pacchi di pasta, sacchi di cemento, tegole, tavoli, piatti, padelle, vassoi, lampade... vuoi perché la casa in sé, parlo proprio di arredamento, vive del decluttering degli altri: per esempio avevamo bisogno di  un frigo seminuovo per eliminare quello vecchio ed effettivamente è arrivato dopo qualche mese, e via via abbiamo migliorato significativamente le comodità di casa semplicemente aspettando.
Pur avendo tutto quello di cui abbiamo sempre avuto bisogno, tipo un divano o uno scaffale, ci è sempre caduto tra le mani un altro divano o un altro scaffale molto più bello, comodo, pratico senza la necessità di andarlo a cercare apposta. Direi che adesso siamo quasi arrivati alla perfezione.
L'altro lato della medaglia comunque è ricevere di colpo due divani, o due frigoriferi o 4 radiatori elettrici, quindi la troppa generosità delle persone.

Vado un po' in crisi perché sono oggetti ingombranti, e che riesco a piazzare a mia volta magari dopo 3 mesi. 3 mesi in cui ho davvero un divano ai piedi dell'albero e mi devo anche preoccupare di coprirlo affinché non si rovini.

Mentre io negli anniho imparato a dire di no all'assurdo, a quello che sicuramente non voglio tipo un peluche alto un metro, all'ennesima bicicletta (ne abbiamo 6 di cui 4 vintage, non vecchie ma proprio antiche molto belle devo dire!), El mi fa boicot portandomi in casa uno stereo bellissimo se non fosse inesorabilmente rotto e irrecuperabile alla prima occhiata. Posso comunque dare allo stereo circa 4 mesi di limbo, periodo di tempo in cui comunque proviamo a sistemarlo, perdendo tempo qua e là cercando pezzi, cavi, pulsanti e riportarlo in vita per tenerlo esposto e dargli un uso seppur limitatissimo.

Allo scattare del 4 mese altrimenti va pure lui nella discarica speciale.
Altre cose invece sono rimaste, come la cucina a gas.
Altre sono state un ponte utile per affrontare una crisi (tipo una lavatrice che mi dava le scosse elettriche ha sostituito una lavatrice vecchia che direttamente aveva smesso di lavare i panni, uscivano asciutti e non si sapeva dove fosse il problema) per essere a loro volta velocemente riciclate da qualcosa di migliore e fuori.

Abbiamo poi il problema della decorazione: essendo così grande, può sembrare sempre un po' vuota. A parte che a me piace davvero lo stile minimal, ma non vuol dire vivere senza niente di decorativo intorno. Ho quindi eliminato le tende (tanto non ho vicini) per dedicarmi alla decorazione colorata, con disegni, quadri di amici su enormi pareti bianche...finché il tutto non assume un profilo vagamente rococò, con cose che non c'entrano niente l'uno con l'altra.

Quindi in questi giorni di decluttering, sono partita sistematica dove sapevo di andare a colpo sicuro, cioè gli armadi. El ci ho messo un po' a ingranare perché un paio di pantaloni o un paio di scarpe con cui nessuno uscirebbe nemmeno a tirare la spazzatura, da noi possono vivere una seconda o terza vita nel campo. Anche io ho un po' questo problema con le scarpe vecchie. Ma 7 paia di scarpe vecchie? Davvero? 8 paia di pantaloni da lavoro? Sfoltiamo.
Ho quindi continuato, stavolta senza guardare in faccia nessuno, facendo semplicemente sparire tutti i libri tenuti sul muretto della scala, libri che già ai tempi erano ospiti indesiderati, messi lì apposta per decorare (¿?). Mentre è stato più lento, ma dal risultato accettabile, liberarsi degli altri libri, quelli della libreria buona, quelli che davvero sono "di famiglia".

Ho quindi seguito in zone che non frequento spesso: un po' di magazzino, un po' di lavanderia....cose che ordinate o no, fa niente.

Siamo poi passati alla stanza dell'oblio, quella piena di cose tipo "magari mi servirà" dove appunto ha vissuto lo stereo, lampade, troppe tovaglie, troppe candele, troppo di tutto. Era la riserva della dispensa della cucina, con circa 4 teglie per torte, 5 caraffe di plastica, veramente troppe riviste di agricultura quando questi articoli a parte saperli a memoria, sono su internet.

Da 4 pareti fino al tetto di scaffali ne è rimasto UNO e pure piccolo.

Adesso il decluttering va molto più veloce, ogni giorno un mucchietto qua e là, dal bagno, a un cassetto.
Mi aspettano adesso due missioni: due cassetti che non ho il coraggio di aprire, sono una versione mini della stanza dell'oblio, stavolta però di documenti.

Mentre l'archivio del lavoro lo aggiorno tutte le settimane in modo sistematico, era esistita una era geologica dove questo lavoro lo faceva El in modo sommario: aprire un cassetto e sbatterci dentro un po' di tutto, dalle assicurazioni auto, fino alle fatture dell'Hort. Non è successo niente di male, non sono mai stata costretta a rovistare per cercare IL documento, ma è ovvio che ci sono cose importanti là dentro mescolate con un 90% di carta che si potrebbe tranquillamente riciclare, per questo devo resistere alla tentazione di aprire il cassetto e svuotarlo così com'è nel contenitore della carta.

Infine: ho scaricato una app spagnola che si chiama Wallapop e ho messo in vendita cose che io onestamente mi vergogno pure a farle vedere in giro: un set da caffé pacchianissimo, un set di mazze da golf (!!!) che mi sono ritrovata davanti a casa, una friggitrice mai usata, alcuni radiatori elettrici...
ragazze, c'è gente disposta a pagare per il set da caffé. Ho piazzato quasi tutto, anche le mazze da golf che partono sabato. Figuratevi che mi è più difficile vendere la friggitrice che i radiatori elettrici!


I questi giorni di lavoro e pulizie quindi mi sono sentita meglio in una casa che non è mia, dove vivo solo da 6 anni e che è una tribolazione in quanto a ristrutturazione. Il fatto di averci dedicato tanto tempo ultimamente - nel frattempo abbiamo sistemato il tetto del bagno che si allagava alla minima pioggia- mi fa stare meglio, mi fa sentire ancora di più in casa mia.

Durante tanti anni, pur amando tanto L'Hort, ho súbito questa casa più che viverla. Era già così piena di vita degli altri, che non sapevo dove mettermi. Il fatto di sgomberare ogni giorno un pezzo e poterlo così personalizzare, e avermi tolto il tabú di buttare via o regalare cose di persone che a dir la verità vivono a pochi km da qua e potrebbero rendersi conto che ho buttato cose loro, mi fa stare meglio.

Domani continuamo con 15 oggetti, passando dalla fase : butto senza pietà quello che è palesemente superfluo perché è rotto/nemmeno è mio/ non so a cosa serve /se sono 5 anni che non lo uso allora fuori    alla fase    voglio tenere questo oggetto perché....cercando quindi di dare un senso emozionale pratico o culturale a quello che rimane.









venerdì 1 aprile 2016

femminismi e maternità

fonte :www.elperiodico.com



Mi capita spesso di leggere sulla mia timeline di facebook, totalmente ristrutturata in modo da non dovermi incazzare necessariamente 20 volte al giorno per dei post inutili, articoli sul nuovo femminismo. La cronaca e politica spagnola poi offre materiale ogni giorno e anche la politica interna al mio collettivo offre sempre spunti di riflessione.

Una delle più grandi polemiche degli ultimi mesi è stata la presenza, nel Parlamento spagnolo, di un bebé, esattamente il figlio di Carolina Bencansa, braccio dentro di Pablo Iglesias, durante il giuramento come deputata appartenente alla nuova e fresca ondata politica di deputati e deputate con rasta, neri, operai, casalinghe, studenti, che ha invaso il Parlamento dopo le elezioni del 20D.


Nonostante sia di Podemos, il partito del popolo, della gente reale, proprio dalle sue file, esattamente Podemos Feminismos, è nata la polemica: ecco di nuovo una donna che poveretta (tenete a mente questo termine) è obbligata dal marito scansafatiche a dover andare a lavorare con suo figlio, per la mancanza di asili/assistenza e la millenaria questione della conciliazione famiglia e lavoro.

Ho assistito per la prima volta allo spartimento delle acque. La scoperta di due nuovi femminismi. O anzi, le vecchie femministe hanno scoperto che esiste un femminismo nuovo, giovane e ribelle, che magari quello che vuole, è proprio tirare fuori la maternità dall'ambito privato e farne un problema pubblico.

Che partorire per me sia stato un atto politico e ribelle lo avevo spiegato qua, senza nemmeno io essere totalmente consapevole di essermi messa in un cammino che possiamo oggi definire Nuovo Femminismo.

Esiste oggi un vero paradosso: noi nuove femministe pur essendo riconoscenti dei grandi passi delle nostre mamme, zie e nonne per ottenere l'uguaglianza delle donne nella società, chiediamo adesso il riconoscimento della maternità come parte di NOI e come un caso politico, non più intimo e privato.

Se le nostre zie e mamme hanno lottato per farci entrare nel mondo del lavoro e dell'Università, di farci uscire dalle cucine e non far girare le nostre vite intorno ai figli, 24 ore 7 giorni su 7, chiedendo a gran voce che lo stato assumesse la responsabilità dell'infanzia grazie agli asili o anche al latte in formula sovvenzionato, così pure semplicemente una maternità di 3-6 mesi...ecco che noi, pur non sputando nel piatto in cui abbiamo mangiato ecco che diciamo: non vogliamo asili, vogliamo portare al lavoro i nostri figli (per esempio)

La poveretta di cui sopra ha quindi spiazzato le colleghe femministe storiche, creando una crisi non da poco nei vari collettivi: non è una povera donna obbligata a farsi carico di suo figlio, ma è una che VUOLE farsi carico di suo figlio, scegliendo l'alto contatto come IL modo più adatto per crescere suo figlio. E' che lei, totalmente consapevole di avere un asilo dentro al Parlamento, dove può lasciare il figlio tutte le ore che vuole e a pochi passi da lei, VOLEVA tenerlo con sé.
Una privilegiata certamente, perché vorrei vedere portarsi il figlio dietro in ufficio, in fabbrica, a scuola....ma è stato un modo come un altro per dimostrare che  le politiche a favore della donna per farla uscire dall'ambito puramente domestico e permetterle di entrare nel mondo del lavoro oramai sono vecchie di trent'anni e abbiamo bisogno di nuovi modelli, soprattutto modelli anticapitalisti.

Mi rendo conto che per il settore più storico del femminismo, vedere una donna che fa il contrario di quello per cui loro hanno lottato, non godendone i benefici ma, in pratica, facendo un salto indietro di 30 anni, potrebbe essere addirittura irritante.

Ma è davvero così, un salto indietro di trent'anni ?

Quello che è cambiato, in questi trent'anni, è che le politiche a quei tempi rivoluzionarie, oggi sono state masticate e inglobate dentro al capitalismo e di fatto quindi nel patriarcato, tanto da non essere più così femministe.

Se definiamo femminismo come la libertà delle donne di essere libere, ecco che una donna oggi che vuole lavorare e si vede obbligata ad avere una maternità di soli 4 mesi in totale, così come l'amplissima scelta di asili pubblici e privati  dove mettere suo figlio di soli 4 mesi, per tornare a lavorare....non è affatto libera. La sua unica libertà è quella di vivere una maternità sotto i dettami del capitalismo, del lavoro e del patriarcato. La sua libertà si riduce a giocarsi i 4 mesi di maternità tra il prima o il dopo parto o a metà e metà.

Il parto stesso non è niente di femminista.  Alla fine si partorisce come e quando i medici decidono. I margini di libertà dentro cui su muove una donna che sta per partorire sono una libertà falsata, una libertà regolata sempre e solo dalle regole di una società patriarcale.

Cinque anni fa, quando ho partorito, non avevo mica capito di essere all'inizio di un percorso femminista nuovo, che ingloba -udite udite- gli uomini come parte del processo, perché appunto io ho partorito con LUI al mio fianco, cosa che 40 anni fa non succedeva, gli uomini erano rilegati in corridoio, mentre la partoriente era circondata da altre donne. Gli uomini non sapevano nemmeno a che punto della gravidanza fosse la moglie. Non era davvero un problema loro.
Io invece con El oltre ad aver partorito, ho fatto ogni visita medica, tutto il corso di yoga, teatro di parto e piscina, perché la mia gravidanza era un affare di entrambi.

Sulle politiche del lavoro quindi adesso è lo stesso: non solo le donne sono e rimangono le vittime più deboli del capitalismo per cui il femminismo è una lotta che non muore mai, ma paradossalmente questa lotta del "nuovo femminismo" riguarda anche una seppur piccola ma importante fetta della popolazione maschile che si sente igualmente schiacciata e che si sta ribellando: conosco più di un padre che sarebbe felicissimo di prendersi le sue giornate o mesi di paternità, se solo il Sistema glielo permettesse. Invece lo permette solo alla sua compagna di prendersi sì o sì 4 mesi di maternità facendo cadere su di lei TUTTA la responsabilità del piccolino, escludendo il padre.

Ci siamo capite?

L'Alto Contatto che, grazie alla Bencansa (tra l'altro è madre single)  qua in Spagna, ha conquistato le prima pagine dei giornali, rimettendo in questione decenni di politiche sociali a favore delle donne (o del capitalismo?) ora si rivela come uno strumento del nuovo femminismo e diventa la lotta di moltissime coppie con figli che non si accontentano di politiche centrate (e pure male) sulla maternità ma non sulla paternità.

Accanto alla libertà di non fare figli e non venire giudicata (lotta numero uno delle donne femministe), così come di avere la stessa dignità degli uomini di ascendere ai posti dirigenziali, così come al sacrosanto diritto di non essere costantemente infravalorizzata solo perché oramai si è madri, rivedicare il diritto al cesareo, di avere il latte in formula per poter tornare al lavoro con le mani libere per esempio, diritto di avere asili nei luoghi di lavoro di avere in poche parole tutta una serie di agevolazioni  alla famiglia secondo il modello capitalista, per cui l'importante è non perdere efficienza e efficacia nel lavorare, si affianca la pretesa di un nuovo modello di maternità-paternità anticapitalista. 
Mi vengono un po' i brividi quando penso agli asili 24h, ma non discuto che ci siano moltissime famiglie dove entrambi hanno bisogno di lavorare, hanno diritto di lavorare moltissimo, fare carriera, specialmente la donna ha la necessità di dimostrare a se stessa e agli altri che la gravidanza e la maternità non l'hanno rammollita, ma anzi può dare anche di più e lavorare a tutte le ore per permettere ai loro figli di godere in un futuro, dei frutti di tanto lavoro.

Ma....
Il modello alternativo di maternità-paternità  è invece molto poco riconosciuto e osteggiato dal Sistema perché poco efficiente. non è produttivo, ma anzi tutto il contrario: dal parto in casa fino all'allattamento prolungato a richiesta, o un padre che si assenta per de i mesi dal lavoro, inutile dire che è veramente mettere i bastoni tra le ruote al Sistema e pretendere addirittura che venga socialmente accettato, so che è qualcosa da pazzi.
Se il vecchio femminismo ha ancora molte lotte davanti, il paradosso è che non riconosca questa nuova visione femminista della maternità-paternità come uno dei fronti per cui lottare e siamo quindi tutte considerate delle poverette che preferiscono vivere come negli anni 50.
Tra noi infatti molte mamme hanno deciso di lasciare il lavoro per dedicarsi alla famiglia, ma ci sono altrettante mamme che vorrebbero lavorare lasciando il marito a casa, ma questo non è possibile.
Ci sono mamme che  sono state obbligate a  lasciare il lavoro piuttosto che avere solo 4 mesi di maternità, quando ne avrebbero volentieri avuti 12 per poi tornare al lavoro: ma nemmeno questo è possibile.

Il vero femminismo è che tutte queste possibilità abbiano la stessa dignità e si possano mettere in pratica.

Ripeto, il fatto che la Bencansa abbia portato suo figlio in Parlamento (solo una volta! Il resto del tempo davvero lo lascia all'asilo dentro al Parlamento) non ci autorizza a pretendere lo stesso, ma sicuramente a ripensare la crescita dei nostri figli secondo un altro modello femminista.

Siamo sempre noi persone quelle che si devono adattare al Sistema, mai una volta che succeda il contrario.
Il Sistema ci vuole produttivi, efficienti, creare Capitale. A ogni costo.
Ben vengano quindi le donne che lo dan todo per dimostrare che possono lavorare e rendere come un uomo nonostante la maternità. Come se la maternità fosse il nemico da tenere a bada.
Viva davvero queste donne che vogliono lavorare con i figli di appena 15 giorni.

La maggior parte delle persone appoggiano questo sistema, per questo quello che dicono i nuovi femminismi sono parole che spesso vengono fraintese.

Ma non fate la guerra e non chiamate poverette tutte quelle donne che non condividono il sistema capitalista e la maternità se la vogliono vivere in un altro modo. 

Anche la persona più emancipata (mi ci metto dentro anche io) o almeno che si crede incredibilmente emancipata e avanzata, è pur sempre vittima del Sistema, se non riconosce che la sua libertà è assolutamente parziale e in questo modo tutte le sue potenzialità come essere umano dotato di intelligenza sono sottosviluppate, oltre al fatto che al Sistema non importa niente di come stiamo noi e delle nostre relazioni personali e famigliari.

Avete capito perché lo slogan anticapitalista per eccellenza è:

la rivoluzione sarà femminista o non lo sarà!











mercoledì 30 marzo 2016

Qualcosa è cambiato: il lavoro

Durante gli ultimi tre anni mi sono dedicata anima e corpo a quello che era un progetto corporativo ma che via via è diventato il mio lavoro, dove i miei soci erano ovviamente pilastri portanti dell'iniziativa ma che si è via via delineata come una idea mia personale che ha sviluppato un discreto successo commerciale. Loro mi hanno sempre appoggiata e a loro vanno i miei ringraziamenti.
Io, laureata in biología e con una avversione all'economia tanto da non avere nemmeno un conto corrente fino a qualche mese fa, ho tirato su un piccolo comercio che è diventato un progetto così grande che... l'ho ceduto.
Non perché andava male, proprio il contrario, perché andava bene ma poteva andare meglio se non fosse stato che io non potevo oramai dare di più.
 
Tutto è nato durante i primi mesi di dicembre, il processo per riconoscere questo doloroso come irrinunciabile passo è iniziato in quel momento, quando il nostro amico socio ha deciso di andare via dall'Hort per andare avanti da solo.
 Durante questi anni abbiamo avuto molti soci, che sono durati un periodo più o meno lungo, ma la loro partenza non ha mai comportato grandi scosse, quanto più un breve periodo per ricollocarsi, ma la partenza di R è stata davvero una botta, nonostante continuiamo a lavorare insieme coltivando praticamente a 100 metri di distanza, per me e El (da qui in poi nuova denominazione di Raúl) è stata una crisi. Quello che eravamo in 3, un progetto estremamente complesso con tantissime ramificazioni che era già difficile da tenere in piedi in tre, in due sarebbe stato impossibile.
 
Infatti: nonostante la divisione degli affari in modo proporzionale, io e El ci siamo visti davvero superati per gestire la nostra parte: ceste, negozio, 2 mercati a settimana, varie ed eventuali e il campo???? E la famiglia e la casa sempre in ristrutturazione?
Infatti abbiamo passato due mesi burrascosi, lavorare e vivere insieme mette davvero a dura prova, discussioni a non finire.
 
Quindi fuori il negozio, quello che poi era l'unico lavoro che mi dava il mio stipendio.
Allora vi spiego bene quale fossero le mie mansioni e badate, non è una questione di soldi, quanto di riconoscimento.
Il mio lavoro era assolutamente multitasking mio malgrado, io che odio il multitasking (almeno a livello famigliare, mentre dal punto di vista lavorativo è qualcosa di stimolante) ma era molto molto....poco definito. In generale nel team aleggiava sempre una ombra di incertezza sul perché alla fine io ricevessi uno stipendio. Badate bene: ho lavorato gratis per anni, perché io ho cominciato a prendermi delle ore praticamente per passare del tempo quando Marc era piccolissimo per aiutare in qualche modo quella che oggi è una azienda agrícola, in faccende economiche (ho addirittura studiato on line Economía e gestione d'impresa di notte!) e di gestione, ho imparato a usare programmi di fatturazione, ho messo piede al Ministero delle Finanze...  per lasciare ai miei soci solo le imcombenze del campo: per anni quindi ho lavorato via internet e al telefono, non pretendevo dei soldi, tant'è che era stato un ex socio a dire : Francesca dovrebbe ricevere qualcosa per quello che fa, non pensate?
 
La situazione è rimasta sempre qualcosa di irrisolto, tant'è che io non prendevo parte alla spartizione degli stipendi finché con la creazione legale dell'azienda avendo messo un capitale avevo quindi diritto alla mia parte che puntualmente comunque era molto ridotta, io rinunciavo perché era oggettivamente minore la mia mole di lavoro e la reinvestivo come capitale.
 
Insomma, arriviamo al capitolo negozio: io totalmente negata all'inizio, avendo oramai preso confidenza con il mondo degli agricoltori biologici ho creato dal niente (e non mi vergogno a dirlo, è vero!) un negozio biologico basato sul kmZero, la sovranità alimentare e le verdure di stagione, in un mondo urbano dove nel supermercato c'è di tutto, tutto l'anno, in un quartiere dal potere acquisitivo medio-basso mentre noi siamo un po' più cari, ripetendo come un mantra per tre anni cosa vuol dire lavorare coerentemente con la Sovranità alimentare e facendo quindi del mio lavoro attivismo político reale.
Rifiutandomi di vendere pomodori in inverno e carciofi in estate. Non abbiamo  quasi prodotti industriali (nel biologico e nel vegano possono comunque esistere autentiche schifezze con un impatto ambientale enorme, tipo la soja e noi quindi non ce l'avevamo e non ho mai avuto omogeneizzati per bambini perché alle mamme vendevo miglio e carote e dicevo loro che avrebbero potuto cucinarlo loro che è più sano ed è anche un gesto d'amore e che i papà possono rendersi utili)
 
Educando le persone alla stagionalità delle verdure, invitandoli anche al campo per vedere con i loro occhi che no, niente plastica niente serre, solo acqua e terra.
 
Educandoli anche a valorizzare i prodotti perché sono molto molto difficili da coltivare (niente è caro, anzi!! Ci sono cose che non hanno prezzo!!) E daje daje, ecco che La Remolatxa è diventato un pezzo unico nel suo genere che provano anche a copiare inútilmente perché solo noi ci fondiamo oltre che sulla produzione propria, su un gruppo di circa 40 produttori (la mia agenda è un TESSSORO) che producono tutto quello che potreste mangiare, evitando quindi intermediari ma mantenendo prezzi giusti per tutti. Nessuno schiavo africano sottopagato e sfruttato ha lavorato duramente nei campi dei latifondisti di Almeria. Tutto è sano e socialmente giusto e solidale.
 
Total, che il mio negozio è un gran negozio e quindi senza ombra di dubbio per anni il mio stipendio è stato ben giustificato.
Inoltre il negozio mi ha portata in giro per conferenze per spiegare il nostro modello di produzione e vendita e di una gestione totalmente in mano comunque a tre persone, dal semino della pianta fino alla distribuizione attraverso i canali corti di commercializzazione (ammetto che sono stata addirittura pagata per fare un corso di tre giorni)
Esposizioni fotografiche sui danni dello zucchero, corsi di alimentazione naturale, addirittura un concerto, partecipazioni a giornate della lotta contadina, hanno messo sempre di più il negozio al centro anche della vita culturale alternativa di Valencia.
 
Però il 24 gennaio è successo qualcosa: io e El decidiamo, per la nostra salute mentale e di coppia, visto che erano due mesi che lavoravamo 8 giorni alla settimana, di prenderci un giorno e mezzo e andare a passare il week end al Kaotik Circus, avendo affittato una casetta con degli amici con figli e sapendo che tutta Valencia era là. Di fatto siamo andati là per stare dispersi con gli amici e non dover parlar di lavoro: alla domenica sera, di ritorno a casa, eravamo in auto (Marc collassato dormendo) ed è stato così, che abbiamo pensato: ma noi vogliamo ancora il negozio? Non moriremo prima se continuamo così?
 
Rivelazione. Illuminazione. Dolore.
 
Il giorno dopo abbiamo reso ufficiale la decisione nel nostro collettivo, attraverso una mail che io ho scritto e inviato perché grazie alla quale, come spiegato sopra, sono riuscita a fare un'analisi della situazione. La realtà è che a me il negozio richiedeva tanto, ma così tanto che stavo lasciando da parte l'altro mio lavoro, quello dell'amministrazione e non vi dico il campo, che per mesi non ci ho proprio messo piede. Se per il campo non era proprio un problema, quello dell'amministrazione sì, perché si suppone che sarei dovuta riuscire a portare avanti entrambi e cedere a livello amministrativo poteva portare a problemi ben più grandi (abbiamo schivato multe salatissime e multe solo per distrazione)
Prima di vedere quindi affondare il negozio per colpa mia, ma davvero per colpa mia, o affondare la mia famiglia o entrambi...meglio cederlo e trovare qualcuno con voglia di fare e che potesse viverci. Aria fresca e nuove energie!
 
Il 16 febbraio quindi è iniziata la transizione, in pratica senza chiudere manco un giorno, (quando si cede una attività la cosa più normale e saggia da fare è chiudere, fare le menate burocratiche, inventario, passaggio di soldi....ma noi NO!) ho cominciato a formare la nuova responsabile del negozio. I nostri clienti ci guardavano sbalorditi, anche con simpatía perché pur di non chiudere e continuare ad offrire il servizio, ci sono stati anche dei disservizi, più che comprensibili. Cristina, la nuova responsabile, risponde perfettamente al profilo della persona che cercavamo, perché, qua sta la novità, abbiamo ceduto la licenza gratis. Esatto, un negozio che funziona, dove io rinuncio formalmente a quello che era il mio stipendio, con tutta l'agenda di contatti davvero esclusivi (nessuno a sto mondo ti vende pesche ecologiche a 1.50€/kg e te le porta appena raccolte dall'albero) , tutta la ristrutturazione del negozio, con le casse di legno, i mobili fatti su misura...tutto questo gratis (ovvio lei si paga la partita iva e le bollette e l'affitto al padrone che non vuole affatto che chiudesse il negozio ed era disposto ad abbassare il canone, già di per sé bassissimo), chiaro e la nostra verdura che continuamo a venderle) perché non volevamo che la cessione fosse una barriera, nessuno oggi come oggi si impegna a pagare 20mila€ così, perché questo vale la Remolatxa.
 
Io non volevo una persona qualsiasi, non avrei mai lasciato il mio tesoro in mano al primo che passava nemmeno per 20mila€, lo dico davvero... ma non volevo nemmeno rimanere oramai intrappolata per mesi con un cartello CEDESI. Quindi ci ci siamo appoggiati alla nostra rete di contatti, facendo girare un WANTED con il profilo richiesto e le condizioni etiche: continuare a comprare a noi e mantenere la nostra stessa política e lotta sociale. Inutile dire che proprio perché siamo un collettivo molto grande di persone molto coinvolte in questi temi sociali, mi sono piovuti curriculum da ogni dove, ma ho scelto Cris perché mi ricordava tanto me all'inizio, la sua energía e tutto quello che potrà dare al negozio e ai clienti che io non potevo più offrire.
 
 
Nonostante il mio stipendio fosse degno (per me tutto è degno...abbiamo in generale una capacità  di sottostimarci abbastanza notevole perché amiamo talmente tanto il nostro lavoro che lo faremmo gratis) pagavo per lavorare: pagavo la mensa due giorni a settimana a Marc, la benzina...lasciando El senza la macchina anche quando avrebbe voluto andare a prendere Marc a scuola ma pioveva a dirotto.. . pagavo il tempo che non stavo in famiglia...pagavo per tutto e alla fine non mi godevo niente.
Quindi per tutto il mese di febbraio ho messo il turbo, facendo salti mortali ancora più alti, per arrivare il 1 marzo, libera e ..... senza un lavoro.
 
La Remolatxa quindi è adesso un cliente normale, certo privilegiato rispetto ad altri e vado comunque ogni lunedì e martedì per servirle verdura e giustamente stavolta prendere i soldi che ci spettano, oltre che continuare a rimanere con Cris il tempo di cui ha bisogno per scoprire ancora molte cose sulla Remolatxa (40! fornitori! Alcuni! stagionali! Quindi abbiamo ancora taaaaaaaaaaanto di cui parlare) , mi manca tantissimo l'idea di vestirmi la mattina e andaré in città, vedere gli amici....a volte ciondolo per casa...ma poi mi passa perché io ho l'altro mio lavoro.
 
E qua sta la questione di cui magari vi parlo domani.
 
Torno al mio vecchio lavoro e mi sono resa conto in marzo di quanto male lo stessi facendo per mancanza di tempo. Adesso la web è rinnovata, le email sempre con le risposte pronte, telefonate senza perdere il filo del discorso, agenda a punto, tutto segnato, appuntamenti fissati, tasse pagate puntuali, figlio più felice, io meno stressata, El più sereno.
Però adesso non ho più uno stipendio. O forse sì.
Io e El adesso siamo soli e stiamo come camminando sulle uova. Vogliamo stare insieme, lavorando insieme ma mantenendo la nostra indipendenza decisionale. Ognuno al suo posto (era davvero diventato insostenibile ricevere critiche sulle mie mansioni!!) e fare il meglio per rendere la vita dell'altro facile perché sono pur sempre due lavori connessi.
 
 Lui dice che il suo stipendio è anche mio, come sempre, perché abbiamo sempre messo insieme i nostri soldi. Certamente la nostra qualità di vita è migliorata. Anche lui lavora meno e meglio perché non dobbiamo correre ogni mattina a fornire in negozio e possiamo non lavorare la domenica sera con l'ossessione del lunedì: Cris può anche comprare ad altri, mentre noi sviluppiamo al meglio i rami di questo progetto che ci sono rimasti.
Però io  mi sento di non avere più l'indipendenza economica anche solo virtuale che avevo prima o detto in un'altra maniera, di non contribuire più come prima.
 
Non lo so.
 
Allora, indietro non tornerei, ma ho bisogno di credere di non essere una mamma-moglie-casalinga senza più un lavoro remunerato reale.
 
Ho tanti progetti in mente, ma ho deciso di svagarmi un po', dedicarmi bene alla batucada e allo yoga che sono tornata a fare con furore.
 
Sicuramente con le mani in mano non so stare e se adesso sono molto più efficiente ed efficace, la mia mente si è messa in moto per continuare a creare qualcosa di bello.
 
 
Per ultimo, questa è un'altra dimostrazione di downshifting: era moltissimo tempo che non lo nominavo: ho davvero ceduto il mio lavoro, portando a casa meno soldi (ma sono rimaste fisse le spese!) per migliorare la qualità della nostra vita. e qualcuno mi sta dicendo che sono pazza.
Io dico di no: ci ho pensato su notti intere e credo di aver fatto tantissima esperienza in questi tre anni, sicuramente una esperienza che potrà aiutarmi su altri fronti. È stato tutto così veloce che solo oggi la zia de El ha scoperto che non abbiamo più il negozio, infatti eravamo entrambi al parco con Marc e non si rende conto che per noi andare al parco quasi tutti i pomeriggi e il vero premio di questa scelta.
 
Ora, per chiarire i dubbi: perché far fuori il negozio? Per una questione puramente economica-logística, non perché fosse roba da donne-uomini (sí, alcune amiche in malafede pensavano che mi fossi fatta annientare l'anima femminista). Ah, per chiarirci: non è stato l'unico ramo potato, anche Raul ha rinunciato a dei progetti che aveva, è stata una riorganizzazione interna per questioni logistiche per potenziare le aree con una relazione costi-benefici più alta, quindi quello che comporta meno lavoro (i mercati sono due giorni a settimana) ma con una resa economica ben maggiore (eh sì .... ) e senza tante spese fisse come affitto bollette tasse.....come solo chi ha un negozio può capire. Insomma, per dire che se il negozio fosse stato di Raul sarebbe stato lo stesso, vale?